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martedì 10 gennaio 2017

Visioni Calde: ROGUE ONE - A STAR WARS STORY


Tutto sta in quella piccola scritta sotto il titolo: a Star Wars Story; può sembrare una banalità, dato che è universalmente nota la trama di questo primo spin-off cinematografico (che farà parte di una serie chiamata Star Wars Anthology) della saga fantasy creata da George Lucas, ovvero l'avventura di un gruppo di ribelli dell'alleanza incaricata di recuperare i piani della Morte Nera, l'incredibile arma di distruzione di massa che Luke distruggerà nel finale di Episodio IV.

Ma andando un po' più a fondo nel discorso, quello che ne viene fuori dalla pellicola diretta da Gareth Edwards e intitolata appunto Rogue One - a Star Wars Story, è proprio un lavoro certosino e attento a riprodurre fedelmente l'universo narrativo originale del primo film, restituendoci le stesse atmosfere attraverso una realizzazione tecnica impeccabile, nonostante il budget sia evidentemente inferiore a quello di episodio VII, che si dimostra particolarmente efficace nel reparto scenografie e costumi.
Come già era successo per l'ultimo episodio della saga principale, anche questo film risente molto, in positivo ma anche in negativo, della "Cura Disney", dunque ci ritroviamo un'eroina donna, Jin Erso interpretata da Felicity Jones, che rimane orfana della madre e viene separata dal padre, ex collaboratore scientifico dell'Impero, costretto a tornare a lavorare alla realizzazione proprio di quell'arma capace di distruggere interi pianeti. Proprio Galen Erso interpretato da un bravissimo Mads Mikkelsen, inserirà  il punto debole che permetterà ai ribelli di distruggere la Morte Nera in futuro, ma per farlo bisognerà proprio recuperare i piani progettuali.

La trama scorre dunque in modo piuttosto lineare senza approfondire troppo i personaggi ma basandosi appunto du questi tipici caratteri "disneyani", il che conferisce certamente una sicurezza strutturale collaudata negli anni, ma al contempo non dà molta profondità alla vicenda, che appare a tratti molto stereotipata.
Questo è a mio parere l'unico difetto del film, l'eccessiva linearità legata ad un modello che in definitiva è anche quello che fa da marchio di fabbrica alla saga di George Lucas, e che forse, in seguito alla spremitura che la Disney ne sta facendo, sta diventando troppo ripetitivo.
Per tutta la durata del film Rogue One fa egregiamente il suo lavoro, ovvero intrattenere lo spettatore, regalandoci emozioni forti e attimi di suspance, oltre che una serie di sfiziose easter eggs che gli amanti della saga coglieranno con grande piacere nostalgico.
Evito volutamente qualsiasi tipo di anticipazione, ma è nota da un pezzo la presenza di Darth Vader, e quello che posso dire e che le sue sono le scene migliori del film, oltre che per l'effetto esaltante di rivedere dopo tanto tempo Vader in azione anche per l'atmosfera e la potenza visiva.

In definitiva il mio parere sulla pellicola è positivo, nonostante alcuni difetti strutturali che stanno diventando una costante nell'universo Star Wars e che purtroppo sono anche fisiologici per una saga che si basa sempre su uno scheletro di racconto che intrattiene da quasi quarant'anni.


venerdì 6 gennaio 2017

TOP 5: FILM CHE HANNO CAMBIATO IL MODO DI FARE CINEMA


Ci sono migliaia di film la cui importanza è fondamentale nella storia della settima arte, ma sono molto pochi quelli che hanno radicalmente cambiato la forma d'arte in senso strutturale, riscrivendone le regole e diventando dei punti di riferimento imprescindibili per le opere future. L'intento di questo post è fare una breve analisi dei cinque film che secondo il mio parere hanno esercitato un impatto tale per cui il cinema non è stato più lo stesso dopo la loro uscita.
Senza troppi indugi dunque cominciamo:

1. QUARTO POTERE: Quarto potere (Citizen Kane) è un film del 1941 scritto, diretto, prodotto e interpretato da Orson Welles.
Orson Welles rivoluzionò il cinema al suo assoluto debutto cinematografico, raccontando l'ambiguità del sogno americano attraverso l'utilizzo di tecniche rivoluzionarie, sfruttando e potenziando tutte le tecniche cinematografiche del cinema delle origini, tramite la meccanica dei movimenti di macchina, la tecnica generale di ripresa e l'illuminotecnica studiata nei più minimi dettagli, Welles racconta la vita del cittadino Kane come in un romanzo di formazione per immagini in movimento, selezionando accuratamente ogni singolo fotogramma.
La cosa più rivoluzionaria di questa pellicola resta comunque l'utilizzo inedito della profondità di campo e del piano sequenza, ovvero l'uso per la prima volta consapevole e sistematico del fuoco e la realizzazione di intere sequenze senza alcuno stacco, ma affidandosi solo ai movimenti di macchina, trasformando così la macchina da presa nel narratore più importante.

2. PSYCO: Psyco (Psycho) è un film del 1960 diretto da Alfred Hitchcock.
Il grande Maestro del brivido inglese imbastisce con questo film un vero e proprio manuale di grammatica cinematografica, introducendo i concetti di simbolismo e psicoanalisi nella pellicola, rendendo così ogni singola inquadratura un compendio visivo di ciò che il film, attraverso i caratteri dei suoi personaggi, vuole dire al pubblico. Gli oggetti di scena diventano specchio dell'anima, non a caso proprio gli specchi sono presenti in quantità notevole, dando potenza espressiva al dualismo del protagonista e suggerendoci a livello subliminale il senso stesso della vicenda. Con Psyco Hitchcock raggiunge la sua piena maturità espressiva, lasciando alla storia del cinema alcune delle sequenze più emblematiche del cinema moderno, ma soprattutto diventando un modello da cui è impossibile prescindere per sviluppare una vicenda basata sui presupposti del thriller e del giallo.

3. 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO: 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey) è un film di fantascienza di Stanley Kubrick del 1968.
Con questo film Kubrick rivoluziona completamente il cinema di fantascienza, introducendo il concetto di verosimiglianza in questo genere, ovvero rendendo ogni dettaglio, anche il più fantasioso e futurista possibile, assolutamente plausibile da un punto di vista fisico e tecnico. la famosa camminata a testa in giù dell'assistente di missione che porta il pranzo agli astronauti per esempio, fu realizzata con un enorme macchinario che rendeva la scena in grado di girare davvero su se stessa, rendendo perfettamente l'idea dell'assenza di gravità. Il film intero è girato usando tecniche che all'epoca erano ancora sperimentali e assolutamente inedite, e la struttura narrativa copre un periodo di tempo sconfinato che va dalle origini della vita umana alle esplorazioni spaziali, in un cerchio che sembra essere infinito di creazione e generazione, fino ad arrivare a qualcosa che va persino oltre l'uomo stesso.

4. PULP FICTION: Pulp Fiction è un film del 1994 diretto da Quentin Tarantino.
Il film che ha valso a Tarantino un Oscar e una Palma d'Oro per la sceneggiatura ha rivoluzionato il cinema proprio per quanto riguarda la scrittura: il modo in cui Tarantino gestisce i tempi della narrazione, l'utilizzo spregiudicato dei flashback, ribaltano i modi e i tempi della vicenda, scardinando spesso e volentieri alcuni stilemi e certe inviolabili leggi che ancora nella metà degli anni novanta sembravano inviolabili e che al massimo venivano aggirate. Tarantino ci mostra quello che vuole e quando vuole, non da soddisfazione allo spettatore fino a che non crede sia sufficientemente pronto per averne, lo mette a parte di segreti che dovrebbero restare tali e gli nega alcuni pruriginosi dettagli (vedi la famosa valigetta).

5. INLAND EMPIRE: Inland Empire - L'impero della mente (Inland Empire) è un film del 2006 di David Lynch.
Cito questo film come picco artistico della poetica di David Lynch, che con questa pellicola ha avuto la possibilità di esprimersi davvero nel modo più libero possibile, orchestrando un vero e proprio flusso di coscienza alla Joyce utilizzando le immagini come rappresentazione diretta dei pensieri.
La storia diventa improvvisamente un dettaglio, non trascurabile e nemmeno marginale, ma non fondamentale. La regia di Lynch dà importanza assoluta alle sensazioni e la mancanza di qualunque soluzione di continuità, soprattutto nella seconda parte del film, fa scivolare lo spettatore nel vortice delle immagini sospese fra sogno e realtà. Lynch utilizza il digitale (ancora ai primi vaggiti nel 2006, ma comunque già ampiamente diffuso), in modo inedito, trascurando a volte la tecnica per poi diventare all'improvviso formalmente impeccabile, e così a tratti irregolari, come un pensiero, come una suggestione.

lunedì 2 gennaio 2017

THE YOUNG POPE, tutta una questione di arroganza.


Paolo Sorrentino si è garantito da solo, con una carriera in costante crescita artistica, il potere di fare ciò che vuole, a tratti ostentando persino una certa arroganza, mai come uomo ma sicuramente come regista.

E l'arroganza, a mio modesto parere, non è sempre una cosa brutta, anzi: direi che l'arroganza artistica può esserci nella stessa misura in cui possono esistere alcune rischiose e dispendiose riforme strutturali nel corso di una legislatura di governo, e quella misura è il prodotto interno lordo, per farla breve.
Se nel caso appena descritto, dunque, per poter dare effettiva e funzionante efficacia a una riforma servono dei soldi, nel caso di Sorrentino per realizzare opere cinematografiche (e ancor più televisive come in questo caso) così pretenziose e provocatorie servono i numeri del talento, del gusto estetico e della naturale capacità innata di raccontare una storia per immagini.




Questa premessa si riferisce alla natura di The Young Pope, la prima serie televisiva dretta da Sorrentino, prodotta dall'italiana Wildside di Fausto Brizzi, Lorenzo Mieli e Mario Gianani, in collaborazione con la compagnia francese Haut et Court TV e la spagnola Mediapro e scritta da Sorrentino, Stefano Rulli, Tony Grisoni e Umberto Contarello.

Dicevamo dunque dell'arroganza, questo minimo comune denominatore di cui è pregna questa serie di dieci episodi già rinnovata per una seconda stagione, pensata come un film di dieci ore, in cui si narra l'ascesa di Papa Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, interpretato da uno splendido Jude Law,  un cardinale giovane, mite e dallo scarso peso politico. Abbandonato in orfanotrofio in tenera età, Lenny è continuamente tormentato da tale abbandono e ha sviluppato un rapporto molto turbolento con la fede e con Dio. Inaspettatamente, Lenny viene eletto pontefice dal collegio cardinalizio (in particolare nella figura del cardinale Voiello), che crede forse di aver trovato una pedina da poter manovrare a piacimento. Tuttavia Lenny, salito al soglio pontificio con il nome pontificale di Pio XIII, si dimostrerà un papa controverso e per nulla incline a farsi comandare, machiavellico e manipolatore.

I dieci episodi si svolgono realmente come un lungo film di dieci ore, ma Sorrentino non disdegna gli stilemi delle serie televisive, dalla sigla ai tempi narrativi, mescolando le carte in tavola continuamente, passando senza soluzione di continuità dalla dimensione del sogno a quella della verità fattuale, in cui il Papa si sdoppia, facendoci interrogare continuamente sulla sua reale natura.
Pio XIII è arrogante, proprio come la serie che parla di lui, è arrogante come la storia dello Stato Pontificio, è arrogante come la pubblicità di un prodotto che si venderebbe anche da solo.
Sorrentino incornicia tutti gli elementi del suo esperimento seriale con la sua consueta perfezione formale, vi inserisce tutte le sue ossessioni che ben conoscono sia i suoi estimatori che i detrattori, esagera, ingigantisce, strizza l'occhio... proprio come Jude Law lo fa verso il pubblico all'inizio di ogni episodio, facendoci capire che per tutta la serie non farà altro che prenderci per i fondelli, manipolarci, perché noi siamo semplici uomini, e lui il Vicario di Cristo.

The Young Pope merita di essere visto con un attenzione particolare, per il numero infinito di argomentazioni che smuove, per la bellezza dei luoghi (una Roma spogliata quasi completamente dalla presenza umana  che ci ricorda quella meravigliosa de La Grande Bellezza), per le interpretazioni strepitose non solo del protagonista ma anche di un magistrale Silvio Orlando nella parte del cardinale Voiello e di una splendida ed enigmatica Diane Keaton in stato di grazia nella parte di Suor Mary.
Ma soprattutto merita di essere visto perché è bello, bello in senso filosofico, bello nella sua essenza più pura, di una bellezza disarmante, e Dio sa di quanta bellezza abbiamo bisogno, in questa scardinata penisola italica.


sabato 30 gennaio 2016

CRONACHE DI UN REGISTA INDIPENDENTE - PARTE 1: Sessofòbia (2006)

TRAMA: Fabrizio Pascal è un ragazzo di 27 anni, disoccupato, ossessionato dal sesso. Per eludere questa sua fissazione Fabrizio Pascal si rifugia nella masturbazione, esiliando dalla sua vita tutti gli affetti più cari, compresa la sua fidanzata Laura. Sessofòbia è il viaggio di un adolescente chiuso nel corpo di un adulto che cerca di ingannare una realtà che sarà sempre più furba e scaltra di lui.

DATA DI USCITA: Aprile 2006.
GENERE: Drammatico.
DURATA: 19 min. circa.
CAST: Edy Chiurato, Laura Panigati, Giulia Melchionni.
SOGGETTO, FOTOGRAFIA, OPERATORE ALLA MACCHINA E REGIA: Luca Angioli.
SCENEGGIATURA: Luca Angioli, Fabrizio Aurino, Edy Chiurato, Emiliano Ranzani.
MONTAGGIO AUDIO E VIDEO: Luca Angioli e Edy Chiurato.
SUPPORTO INFORMATICO: Maurizio "chiodo" Chiodelli.
TECNICO DELLO STAEDYCAM: Antonio Panigati.
COSTUMI ORIGINALI: Turcato Daniela.
COLONNA SONORA: I Maestri dell'Ozio.


PROIEZIONI UFFICIALI:

PROIETTATO DUE VOLTE NEL 2006 AL CINEMA MASSIMO DI TORINO IN OCCASIONE DELLA RASSEGNA ANTEPRIMA SPAZIO TORINO.
MESSO IN STREAMING NELL’ESTATE DEL 2007 DAL SITO WWW.ILCORTO.IT.






Riguardando il mio primo cortometraggio, che è datato 2006 ma che ha richiesto più di tre anni per essere finito, un pò mi viene da ridere e un pò mi viene da piangere.
Mi viene da ridere perchè i mezzi tecnici, che consistevano in una videocamera di bassissima fascia con cassette MiniDv (che non esistono più) e un trepiedi da 15 euro comprato in un supermercato, non davano molta possibilità di spaziare artisticamente quanto sicuramente avrei voluto; e la recitazione del buon Edy Chiurato, che poi sarebbe stato mio compagno di avventure cinematografiche per molti anni a venire, non aiutava molto il coinvolgimento dello spettatore.
Mi viene da piangere perchè mi ricordo la sensazione di immensa libertà che provai dando la vita alla prima storia che partorì il mio cervello per essere trasformata in un piccolo film, e mi viene da piangere per come ogni piccolo traguardo, come uno stacco di montaggio azzeccato o una inquadratura particolarmente riuscita mi rendessero felice come non ero mai stato nella mia vita.

Ricordo che quando mi inventai la storia di questo Fabrizio Pascal (che poi sarebbe diventata una trilogia con L'invisibile del 2007 e Altrove e con Nessuno del 2014) avevo una gran voglia di metterci dentro tutte quelle cose a cui pensavo più spesso: l'amore, i ricordi, il tempo, il sesso e la solitudine.
Si ripensandoci in parte sono riuscito in questa missione, facendo però un gran bel minestrone di tutto quello che in quegli anni di febbrili e infinite visioni cinematografiche mi aveva colpito in modo particolare: le sequenze separate con titoli e la divisione in atti veniva per esempio da Barry Lindon di Kubrick, che all'epoca mi aprì una serie di possibilità narrative che mai avrei pensato esistessero; alcune battute sono prese paro paro da American Beauty di Mendes, che invece era diventato quello che io consideravo "L'unico modo serio di fare il Cinema".

Insomma la cosa più importante che questi 20 minuti hanno fatto per il sottoscritto è dargli la certezza che SI, SI POTEVA FARE, anche senza i milioni di euro si poteva dare forma a una storia che tu giovane universitario/lavoratore squattrinato avevi pensato dentro la tua testolina.
E ora, che è inutile negarlo, annego in una crisi creativa da più di due anni, è proprio a questo che devo ritornare, a crederci, e soprattutto a portare altre persone a crederci con me, come feci con Edy Chiurato, conosciuto all'univeristà e diventato amico e grande collaboratore per anni; così come con I Maestri dell'Ozio, gruppo novarese che mi aiuto con la colonna sonora.
L'ultima nota va al fatto che ebbi l'occasione di vedere il mio primo cortometraggio proiettato al Cinema massimo di Torino, e quell'emozione non la dimenticherò mai.




domenica 28 giugno 2015

MARVEL'S DAREDEVIL - Due parole sulla serie Marvel di Netflix dedicata al supereroe cieco di Hell's Kitchen


L'universo cinematografico Marvel è a tutti gli effetti un sogno che diventa realtà per tutti coloro che da anni seguono le avventure cartacee dei supereroi della Casa delle Idee, e da quando a questo nuovo meraviglioso mondo in movimento fatto di effetti speciali ed attori in carne ed ossa si è aggiunta la sterminata sfera di interesse del mezzo televisivo e dell'online, anche quei supereroi meno mainstream come Daredevil hanno l'opportunità di diventare realtà sotto gli occhi dei fan.
E mai come in questo caso l'espressione "diventare realtà" potrebbe essere più azzeccata: tutti i più iconici e affascinanti aspetti della serie a fumetti ideata da Stan Lee e Bill Everett vengono riproposti nella serie seguendo il modello contemporaneo più eccellente della saga fumettistica di Daredevil, ovvero quello creato dal trio di sceneggiatori che ha traghettato il personaggio nella modernità: Frank Miller, Brian Micheal Bendis ed Ed Brubacker; sono infatti completamente loro le atmosfre cupe e noir di tutta la serie, condite da quel meraviglioso affresco di personaggi che compongono il quadro di Hell's Kitchen, così come viene chiamato il quartiere di New York dove sono cresciuti Matt Murdock, interpretato più che dignitosamente da Charlie Cox e il suo socio Foggy Nelson, messo in scena con grande cura e mestiere da Helden Henson; i due giovani avvocati che condividono il sogno di salvare la loro città dall'illegalità dilagante con il potere della legge.
Ma come ben sappiamo Matt ha ben altri mezzi oltre a quello della legge, e se invece non lo sapete QUI c'è tutto ciò che c'è da conoscere sul personaggio e sulla sua storia editoriale.

la serie è stracolma di riferimenti al Marvel Cinematic Universe e si inserisce perfettamente nel grande costrutto che anno dopo anno sta riuscendo a riproporre la magia dei fumetti nel mondo delle immagini in movimento, e questo non è un dettaglio per nulla secondario, dato che è proprio nell'ipertestualità che risiede il segreto di tutto il successo dei supereroi marvel: questi uomini con poteri incredibili e altrettanti problemi si incontrano, si scontrano, si legano e si separano in una grande imitazione iperbolica della vita che non può che affascinare ed attrarre inesorabilmente a se.
Questo vale per i neofiti e tanto più per gli appassionati di lunga data, i quali si sentono appagati nel vedere un articolo di giornale che parla della battaglia di New York appeso nello studio di Ben Urich
(Vondie Curtis-Hall), o le gambe di Stilt Man nell'officina di Melvin Potter.

Una nota a parte e doverosa va fatta per l'antagonista della serie, che non poteva che essere Wilson Fisk, alias Kingpin, interpretato magnificamente da Vincent D'Onofrio (il palla di lardo di Full Metal Jacket), in una performance che riempie il personaggio di una luce allo stesso tempo inedita ma familiare, rinnovandolo nel rispetto della tradizione.
Daredevil è una serie netflix in tredici episodi, che sfrutta a suo vantaggio la lunga tradizione fumettistica del personaggio della Marvel Comics noto come Daredevil e ne rinnova iconografia e storia senza mai sbagliare un singolo colpo, rimanendo all'interno del genere della crime story con derivazioni tribunalistiche, ed espodendo gloriosamente nei momenti del supereroismo classico.

Da vedere.

lunedì 24 febbraio 2014

JOBS, il parere di un cinefilo Applemaniaco...

Per chi ha avuto il piacere di vedere il meraviglioso film per la tv I Pirati della Silicon Valley, diretto da Martyn Burke nel 1999, proverà una certa sensazione di deja-vù davanti a questa recente pellicola di Joshua Micheal Stern dove il ruolo di una delle figure più chiaccherate e innovatrici del mondo della tecnologia, padre della Apple e dei nostri amatissimi iPhone, al secolo Steven Paul Jobs, è rivestito da un sorprendente Ashton Kutcher, sicuramente alla sua miglior prova d'attore di tutta la carriera.
Ma questo deja-vù, se in un primo tempo può farci credere che non ci sia niente di nuovo nel film di Stern, si dissolve presto nella visione generale della pellicola, basata non sul dualismo Jobs/Gates (come nel caso del film del 1999) ma bensì solo ed unicamente sulla missione della vita di jobs: fare in modo che ogni oggetto da lui creato fosse per la gente e arrivasse al loro cuore, diventando un vero prolungamento naturale del corpo umano, qualcosa di cui non poter più fare a meno, una volta scoperto.
Il film parte con la presentazione del 2001 del primo iPod, e a ritroso ci porta alla nascita nel 1974 del gruppo di persone che darà vita a quella che oggi è una delle aziende più importanti di tutto il mondo. Come tutti i biopic anche questo film deve lasciare gran parte del comparto registico al pieno servizio del protagonista, in questo caso specifico indugiando con piacere quasi feticista su tutti quei dettagli che hanno costruito il culto della personalità del creatore dell'azienda di Cupertino, dalla camminata a piedi scalzi e pesantemente sbilanciata in avanti, passando per le mani raccolte quasi come in preghiera e arrivando alle famosissime scarpe da ginnastica preferite da Jobs, tutto viene inquadrato dalla macchina da presa con un intenso, e a tratti fin troppo palese, gusto per il "mito fine a se stesso", quasi svuotato dai significati reali che esso (il mito) contiene.
Ma a parte questo modo di affrontare un icona soffermandosi sulla scomposizione geometrica del soggetto interessato, che può anche piacere da un punto di vista estetico ma lascia scivolare troppo significato dal costrutto del racconto, il film sa anche narrare la storia di un uomo ambizioso e decisamente fuori dagli schemi, così pieno di volontà creativa da sacrificare per essa qualsiasi spiraglio di felicità "facile", diventando un vero lottatore nemico dell'impossibile, una sorta di eroe moderno da cui imparare a non arrendersi mai davanti ai propri sogni, innalzandoli sempre a centro della nostra esistenza; e lo sa fare con un equilibrio e una struttura di ferro, che sanno appassionare e tenere viva l'attenzione dello spettatore attraverso le grandi contraddizioni di Jobs.
In conclusione la pellicola ha il solo difetto di indugiare eccessivamente sull'iconografia del mito di Steve Jobs, e nonostante questo difetto porti via parte significativa del messaggio che Stern avrebbe voluto far passare, questo riesce a palesarsi in parte attraverso un ottimo modo di narrare la storia di un uomo eccezionale che riposa tutt'altro che inerme sulle scrivanie, nelle borse, sui comodini e nelle orecchie di milioni di persone, e per sempre.

venerdì 21 febbraio 2014

MONUMENTS MEN di George Clooney; la memoria e il panino.

"Con la cultura non ci si prepara un panino": all'incirca con queste parole un Ministro dell'Economia della Repubblica Italiana di qualche governo fa diede la sua illuminante opinione sull'importanza della sfera culturale nell'economia italiana.
é inutile che dica a voi, lettori illuminati di cotanto blogger, quanto enorme fosse la cagata succitata.
La cultura non solo produce un quantitativo di risorse economiche immenso (non in Italia nonostante sia maggiormente concentrata, ma questo solo ed unicamente per colpa degli italiani), ma soprattutto costituisce un patrimonio che identifica un popolo e lo rende unico, distinto da tutti gli altri, inimitabile.
Tratto dalla vera storia di un gruppo di uomini (americani, inglesi e francesi) che durante gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale contribuirono a salvare più di cinque milioni di opere d'arte dalle grinfie dei nazisti, l'ultima pellicola diretta e interpretata dal sempre più sorprendente George Clooney prende le mosse da un saggio di Witter-Edsel che consiglio a tutti, essendo una piacevole e interessantissima lettura, dove si racconta la vicenda dei Monuments Men, uomini dell'ambiente culturale americano e britannico incaricati dal governo degli Stati Uniti di rintacciare e preservare le opere d'arte minacciate dalla guerra e soprattutto dai furti sempre più frequenti dei nazisti, atti a completare quella che nella mente di Hitler sarebbe stata la più grande collezione d'arte di ogni tempo.
Il saggio da cui è tratto il film
L'abilità principale di Clooney nel dirigere questa storia ambientata nel periodo più cruento del secondo conflitto mondiale (lo sbarco in Normandia e tutta la lunga cavalcata alleata verso Berlino)  è stata quella di aver saputo trasformare un saggio molto dettagliato e dal taglio decisamente storico in una vera e propria avventura, prendendosi certamente alcune licenze poetiche e inserendo momenti di ilarità e umorismo molto americani, ma mantenendo sempre vivo il significato che già apparteneva all'opera originale e di cui ho parlato in apertura.
La regia è quella a cui Clooney ci ha abituato fin da Confessioni di una Mente Pericolosa, una regia fatta di tanta teoria filmica assimilata nei lunghi anni della carriera attoriale, amore per la narrazione pura e cruda, e tanta voglia di intrattenere, questa volta in modo molto più leggero (ma mai banale) rispetto a quanto succedeva negli ultimi due film da lui diretti (Good Night, Good Luck e Le Idi di Marzo).
Clooney si prende anche un notevole spazio all'interno della pellicola per indugiare sui campi lunghi e le atmosfere dei luoghi ricchi di fascino che le splendide scenografie ricostruiscono con un piglio molto spielberghiano (le miniere dove i nazisti stipano le opere d'arte ricordano tanto il finale di Indiana Jones e i Predatori dell'Arca Perduta), realizzando quella che a mio parere è la sua pellicola più marcatamente Hollywodiana.
Oltre a una prova attoriale splendida da parte di Clooney nei panni di George Stout (promotore dell'iniziativa dei Monuments Men) è impossibile non citare l'interpretazione regolata e sempre elegante di un Matt Damon (James Rorimer) in stato di grazia, ma soprattutto la geniale recitazione di un Bill Murray nei panni dell'architetto Rich Campbell, ridotta ai minimi termini ma assolutamente esilarante.
Un film da vedere assolutamente secondo il vostro amichevole cinepazzo di quartiere.



mercoledì 19 febbraio 2014

AGE OF ULTRON - La mia (Ri)valutazione finale.


I grandi eventi Marvel sono diventati col tempo dei veri e propri specchietti per le allodole che attirino nuovi lettori con la promessa che da quel momento in poi "niente sarà più come prima" e  che quindi a tutti sarà concesso di accedere a una serie di nuove storie leggibili e godibili anche per chi non conosce centinaia di riferimenti a una continuity pluridecennale.
Ai tempi del capolavoro Civil War di Miller i grandi eventi Marvel si trasformarono nel momento dell'anno in cui le migliori penne e le migliori matite del Bullpenn Marvel si riunivano per creare una storia a fumetti epica nettamente superiore a tutto quello che fino a quel momento si era visto e letto.
Age of Ultron è un passaggio anomalo: partita con lo strascico publicitario di cui ho parlato in apertura, basato sul cambiamento dell'intero universo Marvel e annunci esorbitanti sulla falsariga di questo, per diventare in corso d'opera una sorta di storia degli anni '70 dove tutto cambia fino all'ultimo episodio dove un viaggio nel tempo o una magia del Dottor Strange (ogni riferimento a cose scritte da JMS su ordine di Quaesada è puramente casuale) riportano tutte le cose al loro status quo originale; e infine trasformarsi in un'occasione davvero ghiotta per introdurre nell'universo Marvel tradizionale personaggi di universi alternativi o addirittura di altre case editrici (vedi Angela della Image direttamente dalle pagine di Spawn).

Insomma senza rovinare la sorpresa a quanti ancora non l'hanno letto, voglio dire che Age of Ultron rappresenta una storia molto godibile che apparentemente resta distaccata da quanto visto nei precedenti Big Events, ma che in realtà prende in considerazione un fatto forse troppo a lungo dimenticato dagli autori, ovvero: ma tutti questi balzi nel tempo, nelle dimensioni e tra gli universi che i nostri eroi compiono un numero si e l'altro pure, possibile che mai e poi mai danneggino qualcosa nell'asse cosmico?
Insomma Bendis mi ha fatto credere per 5 numeri di star raccontando una storia classica dal sapore retrò senza troppe conseguenze e forse anche un pò anonima, per poi sconvolgere l'universo Marvel fin nel suo costrutto più interno, ovvero la sua struttura spazio-temporale.

Non è certamente la più bella storia Marvel che sia mai stata scritta, ma non è nemmeno quella porcata che pensavo che fosse in principio.

mercoledì 25 settembre 2013

VISIONI CALDE#04: BELLA ADDORMENTATA di Marco Bellocchio


L'ultima pellicola del Maestro Bellocchio mette in scena alcune vicende familiari vessate dal dolore di un congiunto in stato catatonico-vegetativo all'interno di strutture ospedaliere o abitazioni private, in un simmetrico balletto di morte con la triste vicenda di Eluana Englaro, la giovane ragazza che dopo 17 anni di coma trovò la pace nel 2009 in seguito alle controverse vicende giuridico-politiche che tutti ben conosciamo.
L'idea che un fatto storico o di cronaca funga da sfondo cardinale a vicende ad essa correlate per significato non è affatto nuova, ma non per questo Bellocchio rende il suo film carico di didascalici riferimenti fin troppo scontati alla realtà delle cose, bensì cerca di addentrarsi nel profondo processo di accettazione e maturazione che il dolore esercita su ognuno di noi, mettendoci alla prova.
L'intento del regista è sicuramente da elogiare, sia per il concetto iniziale sia per la splendida messa in scena di tale sincronismo narrativo, aiutato certamente da alcuni attori assolutamente straordinari come Toni Servillo, che vive una vera e propria stagione dorata della sua carriera; ma alla fine della pellicola si sente fortissima una sensazione di irrisolto: e se questo per molti potrebbe essere un intento perseguito fino alla sua naturale conclusione, essendo che molti dolori non possono estinguersi, dal mio personale punto di vista è invece sintomo di una fallace sovrastruttura filmica, rimasta troppo legata a una rappresentazione di carattere teatrale tanto cara a Bellocchio (il personaggio di Isabella Huppert è un riferimento fin troppo marcato) e troppo distaccata da quel senso di meraviglioso che il cinema del Maestro ha regalato in passato: è chiaro che si tratta di una precisa scelta di regia, coraggiosa e per nulla banale, ed è chiaro anche che il film è una vera bomba ad orologeria perchè tocca uno dei casi più controversi della seconda repubblica, e quindi tale disappunto è una pura e semplice sensazione personale che non intende sminuire il film del valore artistico che invece gli appartiene a pieno diritto.
Bella Addormentata non è un film semplice da vedere, quello che viene messo in luce è un atteggiamento italo-cattolico delle masse che si infrange su alcune vicende private immerse nella inviolabile potenza del dolore e della pietà, dunque la visione deve essere attenta e libera da pregiudizi etico-politici di ogni sorta, perchè il film attraverso le varie storie che lo compongono mette in luce tutta una serie di riflessioni importantissime sullo stato, sull'etica religiosa, su quella medica, sulle responsabilità personali e sulla pesante e gravosa situazione di dover vivere un lutto con il contagocce dell'agonia, e in questo senso il film può dirsi davvero riuscito negli intenti.

martedì 24 settembre 2013

COMICS TIME#04: MARVELS di Kurt Busiek e Alex Ross

Edito in Italia da Panini Comics

I supereroi Marvel visti dal basso, dal marciapiede, dagli occhi sbarrati dei cittadini di New York. L’Uomo Ragno, Capitan America, i Fantastici Quattro visti dall’altra faccia della medaglia, attraverso la macchina fotografica di un reporter che assiste all’alba di una nuova era.


Edizione Deluxe euro 35 (esaurita)
Edizione I grandi Classici del Fumetto di Repubblica euro 6,90 (esaurito)
Edizione Deluxe in cofanetto con Devil Rinascita e Wolverine Origini euro 89 (in arrivo)



Marvels arrivò in un momento particolare per la storia della Marvel Comics: quello che a tutti gli effetti fu l'attimo del suo massimo splendore economico appena precedente al tracollo clamoroso della seconda metà degli anni '90, e che vedrà in seguito Joe Quaesada riprendere in mano la situazione fino a raggiungere il glorioso rilancio della Casa delle Idee e all'omnipresenza dei supereroi Marvel in quasi tutti i media disponibili.
Paradossalmente (ma non troppo dato che è una condizione che si ripresenta ciclicamente nella storia dell'editoria a fumetti) il momento di massimo splendore economico della casa editrice di Spider-Man non corrispondeva affatto al massimo splendore artistico: la mania delle variant cover aveva saturato il mercato delle fumetterie e garantito un'entrata massiccia di liquidi dovuta all'ansia collezionistica dei marvel fan, mentre le file degli sceneggiatori si assottigliava (per via delle numerosi defezioni ed esodi alla DC e alla Image) sempre di più sotto la direzione artistica e amministrativa di Tom DeFalco, che nonostante fosse propenso ad aiutarli e valorizzarli, stava subendo la pesante eredità lasciata poco tempo prima da Jim Shooter, noto per il carattere fumantino e le sue imposizioni, spesso discutibili, alla stesura delle storie.
La tecnica pittorica di Ross in tutta la sua magnificienza
Questa premessa per sottolineare che Marvels è una mosca bianca che riunisce due dei più autorevoli artisti della nona arte a livello mondiale, uscita in un periodo in cui la qualità artistica non era l'interesse primario della casa editrice statunitense.
L'idea di fondo della graphic novel che impegnò Busiek e Ross per oltre un anno è quella di raccontare la parabola dell'avvento dei supereroi dagli anni '40 fino ai giorni presenti, ma invece di inquadrare le vicende dalla prospettiva degli eroi stessi, tutto è visto attraverso gli occhi e la vita del fotografo Phil Sheldon che vede il mondo cambiare radicalmente insieme alla sue esistenza di persona comune, ritrovandosi improvvisamente in un mondo dove esseri ricreati in laboratorio prendono fuoco a contatto con  l'ossigeno e dove un gruppo di strampalati superuomini in calzamaglia aiuta il governo degli Stati Uniti a vincere la seconda guerra mondiale.
Quello che l'arte quasi fotografica di Ross e il lirismo mai sopra le righe di Busiek riescono a ricreare è un affresco maestoso di un'epoca d'oro, vista da una prospettiva nuova e molto affascinante perchè in definitiva ci appartiene.
Oltre al puro piacere di osservare la magnificienza immensa delle tavole di Ross, il vero piacere nel leggere questo capolavoro è notare le centinaia di richiami visivi e di scrittura ad alcune delle storie più affascinanti di 50 anni di vita editoriale dei personaggi che tanto amiamo, inoltre Ross riempie le pagine dell'opera di personalità artistiche e non riprese direttamente dalla nostra realtà e storia (formidabili i Fab Four nella scena del matrimonio di Reed Richards e Susan Storm).
La cosa più interessante in assoluto è che i capitoli di Marvels rappresentano anche un fantastico, o sarebbe meglio dire meraviglioso, compendio della storia della Marvel Comics, dagli esordi della Torcia Umana originale fino all'avvento dei mutanti (il capitolo più bello a mio avviso, che affronta la tematica xenofoba nel modo più originale e intellettualmente onesto di sempre) e alla morte della povera Gwen Stacey.
Assolutamente immancabile, peccato che sia difficile da reperire essendo il volume Panini esaurito come quello dei Classici di Repubblica, comunque recuperabile in qualche asta online come ho fatto io: la qualità non è di certo paragonabile al volume Panini ma sicuramente permette di godersi l'opera senza spendere dei capitali enormi.

lunedì 23 settembre 2013

AL CINEMA #01: RUSH di Ron Howard


Titolo originaleRush
Lingua originaleinglese
Paese di produzioneStati Uniti d'America, Germania, Regno Unito
Anno2013
Durata123 min
Colorecolore
Audiosonoro
Rapporto2,35:1
Genereazione, biografico, drammatico, sportivo
RegiaRon Howard
SceneggiaturaPeter Morgan

Durante gli anni settanta, nella cosiddetta epoca d'oro della Formula 1, esplode la grande rivalità sportiva tra i piloti più talentuosi del momento, James Hunt e Niki Lauda. I due, che si danno battaglia fin dai tempi della Formula 3, non potrebbero essere più diversi: l'inglese è un ragazzo estroverso ed affascinante, che fuori dai circuiti è sempre a caccia di divertimento e belle donne; l'austriaco è invece un tipo introverso e riservato, dedito in maniera scrupolosa alla sua professione.
La loro rivalità raggiunge il culmine nella stagione 1976, quando tra mille rischi e pericoli, Hunt tenta di strappare con la McLaren la corona di campione del mondo a Lauda, a sua volta alla ricerca del bis iridato con la Ferrari. Neanche il catastrofico incidente avvenuto al Nürburgring Nordschleife durante il Gran Premio di Germania, in cui Niki rischia di perdere la vita, riesce a fermare questa accesa sfida, che ha il suo epilogo nell'ultima prova del campionato, il Gran Premio del Giappone a Fuji, sotto una pioggia battente. (Wikipedia)

La Formula 1, come quasi la totalità degli sport, può essere con facilità ricondotta a molti aspetti della vita di ogni uomo: per vincere bisogna correre dei rischi, ci sono altre persone che cercano in tutti i modi di portarti via la tua posizione, bisogna sapere quando è il momento giusto di staccare il piede dal pedale dell'accelleratore e quale invece quello più appropriato per schiacciarlo con tutta la forza che si ha in corpo, e si potrebbe continuare con una marea di similitudini metaforiche di questo genere.
A differenza però di moltissimi altri sport che non prevedono l'utilizzo di un mezzo meccanico, la Formula 1 si è evoluta esponenzialmente nel corso dei decenni, diventando sempre più lo sport degli ingegneri piuttosto che quello dei piloti, con un conseguente calo della spettacolarità delle corse e, per fortuna, un notevole incremento della sicurezza per i piloti, nonostante le prestazioni sempre più elevate e performanti delle monoposto.
Questa premessa serve a spiegare perchè Ron Howard ha scelto di raccontare la storia della rivalità tra questi due piloti e di farne una pellicola cinematografica: la loro vicenda, osservata dal punto di vista dei loro caratteri così agli antipodi (Hunt votato all'incoscienza e a rischiare la vita pur di vincere e Lauda metodico e calcolatore quasi più in gamba dei suoi meccanici, immerso nella sua quasi inviolabile infallibilità agonistica) e da quello dello sport che li vede grandi protagonisti, era già da sola, così come le cronache sportive ce l'hanno presentata, uno splendido e meraviglioso film sulla vita e sul dualismo che è in ognuno di noi.
Hunt e Lauda sono personaggi mitici perchè costituiscono loro stessi un tassello fondamentale di quel progresso che ha portato la Formula 1 ad essere un immenso e costosissimo laboratorio di ingenieria meccanica e al tempo stesso il tempio pagano del rischio dell'ingannare la morte; i due sono la stessa metà di una sola anima e le loro vite sono così profondamente iconiche ed esemplari che la trasposizione in celluloide della loro vicenda umana ed agonistica diventa un poema epico cavalleresco, con l'eroe senza macchia (Lauda) e il suo antagonista scaltro e spregiudicato (Hunt) che si scontrano e si incontrano mentre danzano a 270 Km orari insieme alla morte, presenza continua e assillante nel film di Howard, vero e proprio spauracchio che si tenta di allontanare con ironia e sarcasmo, ma che aleggia troneggiante nella paura di ogni pilota.
Tecnicamente il film è una perla di regia: Howard decide saggiamente di non fare delle scene di corsa delle semplici riproposizione in computer graphics di quanto le televisioni avessero mostrato all'epoca, ma bensì si concentra sui primi piani dei caschi dei piloti, su ardite inquadrature dall'interno del casco, carellate da bordopista, violenti inserti dello scoppio del carburante provocato dai pistoni (geniale il montaggio ideale su Hunt che amoreggia con una delle tante amanti e appunto i pistoni che infiammano il carburante prima della nuova gara).
Nonostante alcuni eccessi di scrittura (come per esempio la scena in cui Hunt malmena un giornalista che aveva fatto domande sciocche e provocatorie a Lauda), alcuni dialoghi che ad una prima impressione potrebbero sembrare banali perchè rimarcano i due stili di vita opposti dei protagonisti, lasciando intendere che il bene risiede nel proverbiale "mezzo", sono in realtà le uniche cose che due persone del genere potrebbero concepire parlando tra di loro, e una volta che anche lo spettatore entra nell'ottica delle due vite (schierandosi inevitabilmente come i tifosi fecero nel 1976), allora diventano plausibili e addirittura galvanizzanti.
Un'ultima nota tecnica riguarda la realizzazione dell'incidente che Lauda fece durante il Granpremio del Nürburgring Nordschleife, una scena impressionante riprodotta in ogni singolo dettaglio, proprio con quella perizia tipica di Ron Howard che si può ammirare in molti dei suoi film precedenti, uno su tutti Apollo 13.
Uno dei migliori film sullo sport che siano mai stati realizzati.